Gesù Bambino

Non chiederti perché sia giusto essere felici

È la festa che ti vuole bambino nell’attesa di pacchi che aspettano di essere scartati

Non arrovellarti in difficili questioni di come vivere la festa

ascolta il tuo cuore e vivi l’attesa di Gesù Bambino

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Everybody Hurts…sometimes

A volte si prova del male,

dentro di sé, come se tutti mali del mondo convergessero in un solo urlo, distinto, lirico, al centro del cuore.

Ma a volte, parole scritte per amici che volontariamente hanno girato le spalle all’esistere, ti entrano dentro in una notte magica, di dieci anni fa, dove tutto sembrò possibile.

Il primo bacio, il primo sfiorarsi, il primo battito di farfalle e sotto, “everybody hurts” dei REM.

Un arrangiamento epico, romantico, affidato al bassista dei Led Zeppelin John Paul Johnes, che riesce ancora a inumidire le cornee ogni volta che gira.

Un inciso rotante e armonioso, come la luce in fondo al tuoi occhioni neri.

Auguri amore mio, sono quasi dieci anni da quella prima ‘everybody hurts”

A me, ancora fa un male di bene quel pezzo.

Perché chi ha paura di volare dovrebbe viaggiare in Ryanair

Dopo un volo di 90 minuti con la compagnia low cost irlandese, sono giunto a questa conclusione.

Perché se è vero che la fobia del volo si combatte “distraendo” il proprio cervello, che bisogno c’è di ricorrere all’ipnosi, quando basta guardare la scioltezza e disinvoltura con cui le hostess tentano di venderti biglietti di una lotteria per beneficenza di un aereo costantemente traballante?

Due giorni fa ho volato da Perugia a Catania, per lavoro. Ripetevo ossessivamente una filastrocca mentale (trucchetto che ti insegnano gli psicologi per superare gli attacchi di panico) nonostante avessi accanto un bambino di sei anni che ossessivamente continuava a chiedermi l’interpretazione dell’iconografia appiccicata al sedile davanti alla faccia, che, in caso di ammaraggio, servirebbe a ricordarti come si indossa un giubbotto salvagente.

L’ignaro nanetto, aspirante Telemaco dei cieli, giudato dalla curiosità innocente più pura che è quella di un bambino, non poteva minimamente immaginare a quale stato di azzeramento della salivazione, tachicardia fossi sottoposto quando con un ghigno tirato, sorridevo gentile ai suoi suggerimenti, o meglio ai possibili scenari di ammaraggio.

Eh, carino vero eh?

Comunque, ripetevo ossessivamente, questo mantra mentale, che diceva cosi

“Uno, due, tre, i venti minuti diventan tre” ripetuto dieci, venti, mille volte.

Provate, generalmente riesce a contenere il panico. Un po’ come smettere di fumare. All’inizio funziona.

Ma comunque, più i minuti passavano in un andirivieni di steward sbarbati e spensierati, ondeggianti tra una bottiglia di profumo tarocca di Kalvin-klein a 100 euro, a loro detta un vero affare, e più un persuasivo senso di sicurezza e spensieratezza mi pervadeva quando realizzavo che non c’era stato nemmeno un attimo di tregua tra scossoni, trambusti, saliscendi, rumori roboanti e manovre brusche.

Picchiate, cabrate, sali di quota, scendi di quota, una, dieci, mille volte.

Non so se rendo l’idea, ma volare in un Boeing 737 della Ryanair è come superare una malattia gastrointestinale tropicale facendosi inoculare la tossina vaccinica: è uno starsene a culo stretto per così tanto tempo che ad un certo punto, razionalmente, ti rompi i coglioni di avere paura.

Subentra  uno stato di beatitudine mista ad orgoglio: volo su un aereo guidato come un carretto ma pivelli assistenti di volo passeggiano come nulla fosse proponendoti profumi manco alla catena Limoni per il black friday, e tu, non puoi startene li, tutto impanicato.

E no…

Quindi, per la paura di volare, lasciate perdere gli esercizi d’ipnosi, prendete il toro per le corna, e volate con chi paura di lavorare sulle montagne russe non ha…tutti i giorni, per trecentossessantacinque giorni….

OH Vita!

Ammetto di aver parlato senza aver ascoltato attentamente, ho dato un giudizio affrettato, gongolando tra il sarcasmo e un pizzico di cattiveria.

Ora sta girando, su Spotify, in doveroso silenzio di un sabato pomeriggio nelle campagne di una tranquilla città di provincia che è Perugia…

E ascoltandolo, “oh vita!” di Lorenzo Cherubini in arte Jovanotti, mi pare un lavoro sostanzialmente destinato a cadere nel cassetto virtuale dei chache delle varie piattaforme informatiche, ex dimenticatoio; un tentativo di avvicinarsi al mondo cantautorale, nelle assonanze e atmosfere, nei testi polpettoni e bacchettoni, ma in generale con poca sostanza.

Si certo una buona produzione del californiano Rick Rubin (Red Hot Chili Peppers, Metallica, System of a Down, Linkin Park, Audioslave, Run DMC e Beastie Boys) registrato un pò a Cortona e un po’ in giro per il mondo, tante soluzioni musicali fritte e rifritte fatte  per ricordare qualcosa di già conosciuto, cantate con una voce che, se fosse  del panettiere di Monte San Savino concorrente al talent di turno, Manuel Agnelli non avrebbe esitazioni a bocciare.

Una luce nel buio più totale, a mio gusto è “Chiaro di Luna”: un testo romantico, sentito, e una musica magicamente semplice ma bella nella sua semplicità…

certo la voce è sempre quella che è…

Nonostante tutto ciò, l’album continua ad avere un’attenzione nei mezzi di stampa, radio, Tivvu’ a cui non riesco a dare un senso…perché un senso non ce l’ha…onestamente se non il fatto che non sta avendo il clamore commerciale previsto, mettendo in crisi gli editori delle major che hanno investito evidentemente troppo in un lavoro che non merita…

Che poi ad ascoltar bene, in Italia di cantanti cantautori giovani e sconosciuti ce ne sarebbero…mah…contenti loro…

— LOGOUT

Chiudi gli occhi e sogna. Immagina un luogo dove le facce del mondo camminano per strada. Italiani, cinesi, giapponesi, pakistani, indiani, svedesi, inglesi, tedeschi, e ancora sognatori tristi o disillusi allegri, cinici fedeli e cinici pentiti. Allegri bontemponi, amici, famiglie e barboni. Immaginami che cammino senza un perché, c’è posto anche per me. C’è […]

via — LOGOUT

Il buio su Parigi: di Giovanna Pancheri (Rubbettino edizioni; 2017)

Mia sorella vive a Londra da quindici anni suonati, scrive di musica rock, intervista le star per guadagnarsi il pane e si definisce su twitter come una “divoratrice di musica, amante dei Beatles e vespista” (letteralmente Vespa rider). Per questo, sabato 3 giugno, avrebbe percorso in sella del suo scooter icona del film cult “Quadrophenia”, orgoglio di tutti i londinesi che vivono a sud del Tamigi, tutta Brixton Road, Vauxhall station,  per poi passare davanti al Borough Market, attraversare il ponte London Bridge per ritrovarsi nel cuore della City of London e raggiungere i suoi amici ad una festa nel quartiere di Soho.

Avevo ricevuto un  suo messaggio euforico su WhatsApp, nel tentativo, ben riuscito, di farmi rosicare un po’, visto che molto probabilmente tra gli invitati ci sarebbe stata una star del rock che in passato ha collaborato con il mio idolo di sempre; per puro caso ero quindi a conoscenza dei suoi spostamenti previsti per quel sabato sera Londinese, 3 giugno 2017.

Per fortuna quella sera mia sorella ha preso la metro.

Essere medico anestesista-rianimatore ed avere una sorella che vive da molto tempo e per molto tempo lontano da te, produce una sorta di risposta “vaccinale” per cui si diventa immuni, insomma di scorza dura per le cazzate, che ne so, un’ influenza, un mal di denti, un’eruzione cutanea; in altre parole si tende  minimizzare il minimizzabile; viceversa, alla prima avvisaglia di un possibile attentato, di una catastrofica calamità naturale, incidente o incendio, la tua mente comincia a girare a vuoto e tutti i tuoi pensieri si concentrano solo su una cosa: dove’e’ mia sorella adesso? Ed è al sicuro?

Inevitabile dire che in queste circostanze le bande più o meno larghe dei telefonini si intasano e risulta difficilissimo, se non impossibile, avere contatti con la persona lontana in potenziale pericolo. La paura, quella sensazione che rende la tua bocca asciutta e amara e “indigesta” ti pervade e non ti molla più fino a che non riesci a ristabilire quel contatto.

Quella sera a Londra un furgone bianco si lanciava addosso a pedoni  sul London Bridge, scendevano tre uomini armati di coltello che infierivano colpi a più non posso, senza alcun senso, ferendo a morte sei persone la cui unica colpa era di essere al momento sbagliato nel posto sbagliato; i tre assalitori poi riprendevano la loro marcia folle in direzione sud verso Borough Market: volevano schiantarsi contro altre persone raccolte davanti ad un pub; venivano da lì a poco uccise da colpi di proiettile di poliziotti. L’Inghilterra era di nuovo rimbalzata all’apice della cronaca, dopo Manchester e gli attentati di Westminster di marzo.

Intorno all’una di notte italiane riesco a parlare con mia sorella, attraverso una chiamata via WhatsApp…

-Chiara?-

-Siii?? Mattione?- (sento un gran casino, musica, un vociare di gente divertita e  quell’appellativo storpiato del mio nome “Mattione” di Chiara, mia sorella, arriva come la notizia piu’ bella che si possa dare ad una persona, come quella che si sente al ritiro di un referto medico:

“Tutto bene, l’esame istologico è negativo per tumore…”

Tana libera tutti, liberi dal male, da quelle tenebre che son scese ormai in tutta Europa, Londra come Parigi, Nizza come Berlino, Monaco come Manchester.

“sono Chiara e sto bene”, “sono Rossella vivo a Bruxelles e sto bene”, “sono Francesca vivo a Parigi e sto bene”… mai funzione di facebook fu più azzeccata e frutto dei tempi che stiamo vivendo…

Nessuno  può capire meglio di chi  ha un parente che vive all’estero di ciò che si prova quando sai che è al sicuro in zone ritenute in “stato di allerta”, ormai dichiaratamente in guerra, in preda al terrore…

Londra come Parigi nel 2015, l’anno maledetto della capitale francese, dove una serie di atti terroristici  l’hanno scossa da gennaio a novembre, dal “je suis Charlie”, alla strage del Bataclan, allo stadio di Francia, ai ristoranti in zona Republique…

Una Parigi trasformata ed irriconoscibile, cupa, a tratti desertica e bigia, quella che si può ritrovare nel libro di Giovanna Pancheri “il buio su Parigi, oltre la cronaca nei giorni del terrore” (2017, Rubbettino Edizioni);

La tour Eiffel “spenta e spettrale” immagine azzeccatissima dell’autrice, rappresentata anche nella pagina di copertina che, se non fosse per la genuinità dei fatti di cronaca di cui è testimonianza, potrebbe essere considerata una trama seducente di un noir dei nostri tempi…ma purtroppo è tutto vero, ed è una verità che fa male e arriva al cuore, che ti fa stare col nodo in gola dalla prima all’ultima pagina, perché sono le storie di noi, laureandi, neolaureati, stagisti per un pugno di euro, baristi, commessi o viaggiatori; E’ l’Europa del progetto Erasmus quella di Giovanna Pancheri, quella che la accoglie a Bruxelles agli esordi e che poi lei stessa stenta a riconoscere la sera del blitz a Molenbeek; è l’Europa di noi medici specializzandi  mandati  sei mesi a Parigi al policlinico della Pitie Salpetriere o a Bruxelles per finire anestesia, la famosa materia grigia in fuga dall’ Italia.

Forse è proprio questo il segreto, la ricetta che rende questo libro magico: la narratrice si sente parte della storia, direttamente coinvolta, si spoglia dalle vesti di reporter, sembra quasi che prenda per mano i testimoni, per consolarli, per condividere il dolore: Giovanna è una di loro…

Nella narrazione l’autrice raccoglie le testimonianze dei parenti di Valeria Solesin, l’italiana  vittima dell’attentato al Bataclan; c’è anche l’intervista fatta qualche anno prima  al giornalista Stephane Carbonnier,  capo redattore di Charlie Hebdo, e altre storie, osservazioni, testimonianze. Tutte le vicende vengono raccontate con garbo e delicatezza, ma non per questo senza l’emozione di Giovanna  e un costante e rigoroso rispetto per il lutto.

Le storie, di chi ce l’ha fatta, di chi ha portato a casa la propria pelle, vengono narrate con la delicatezza di chi non cerca sensazionalismo, ma, al contrario, procede rispettando il dolore, conservando il giusto equilibrio tra dovere di cronica e umanità. Il racconto di Giovanna Pancheri che ne viene fuori è veramente un qualcosa  che va al di là della cronaca giornalistica.

Coinvolgente ed avvolgente la storia di Hugo (nome di fantasia), un ragazzo che confesserà a Giovanna di essere stato testimone e vittima dell’eccidio avvenuto nei ristoranti nei pressi di  Place De la Republique, fortunatamente a lieto fine…

 

L’autrice utilizza il materiale come una sorta di seduta psichiatrica nel tentativo di esorcizzare, buttare fuori tutto il vissuto in prima prima persona di quei giorni di terrore: dimenticatevi la Giovanna Pancheri cronista dei palazzi di vetro di Bruxelles, dallo sguardo sicuro e imperscrutabile, neutrale nel dare la notizia della manovra correttiva di bilancio quanto nel descrivere la giungla di immigrati di Calais;

in queste memorie di annus horribilis, la giornalista non è più la compagna di classe di liceo che consegna per prima la versione di latino ma si cala nei panni della vittima; o meglio, Giovanna nella narrazione “vive” il pericolo, sa di esserlo, ha paura, ha sonno, ha fame, vuole scappare, lavarsi i capelli, fuggire e ritrovarsi al sicuro a Roma in mezzo ai suoi cari;

si possono percepire tutte le emozioni, vissute in tempo reale, le ansie dettate dal “bello e brutto” della diretta, le pulsioni, le preghiere allo zio Gianni, o meglio, l’ impudente desiderio di essere dentro la notizia, dentro la scena, dentro l’azione, e non solo passiva narratrice. La reporter spiega quella sensazione di brivido lungo la schiena che dà l’appagamento di essere dentro i fatti, che ti anestetizza, facendoti distrarre dal senso del pericolo imminente.

C’e’ spazio anche per il senso di colpa che non abbandona mai noi figli consapevoli di tutto l’amore, stima e apprensione che provano per noi i nostri orgogliosi genitori; e noi figli, un po’ stronzetti e lontani. Ma tutto è bello così: le famiglie dove anche io sono cresciuto sono quelle in cui tu sai di poter sempre contare ma che non ti tarpano le ali, mai, neanche quando tu gli dici che vuoi scendere direttamente all’inferno con Virgilio.

PS quante volte ho assistito a facce e visi contratti di mia madre quando mia sorella era costretta a riprendere  il primo volo per Londra, per un ingaggio all’ultimo secondo di una campagna pubblicitaria, un’intervista alla star del momento, anche se mai, fortunatamente per dover lavorare in zone di pericolo; il giornalismo a volte ti allontana dagli affetti, e io posso esserne testimone da familiare di una giornalista freelance…  

Giovanna nel suo libro si sente essa stessa vittima del terrore, tradita dalla paura, tradita da quell’Europa Unita che non riconosce più’ la libera circolazione di uomini e idee, abdicando su Shengen,  vittima essa stessa del nazionalismo e di tutti quegli “ismi” che derivano dal terrore e la paura dell’altro…

 

 

 

 

 

 

Mare prepotente

È l’eco di mille conchiglie

che  sussurravano, da bambini,

 è l’ urlo, maestoso, dirompente che porta via tutto,

è la preghiera che increspa il blu,

 di una donna che ha in grembo la sua eredità,

è il rimbalzo a ritmo di Walzer di onde crescenti,

è il rumore amico della barca sull’arenile di naufraghi approdati,

è l’illusione della salvezza, è il rollio del sale, 

il disincanto di un cavallone prepotente.