Il buio su Parigi: di Giovanna Pancheri (Rubbettino edizioni; 2017)

Mia sorella vive a Londra da quindici anni suonati, scrive di musica rock, intervista le star per guadagnarsi il pane e si definisce su twitter come una “divoratrice di musica, amante dei Beatles e vespista” (letteralmente Vespa rider). Per questo, sabato 3 giugno, avrebbe percorso in sella del suo scooter icona del film cult “Quadrophenia”, orgoglio di tutti i londinesi che vivono a sud del Tamigi, tutta Brixton Road, Vauxhall station,  per poi passare davanti al Borough Market, attraversare il ponte London Bridge per ritrovarsi nel cuore della City of London e raggiungere i suoi amici ad una festa nel quartiere di Soho.

Avevo ricevuto un  suo messaggio euforico su WhatsApp, nel tentativo, ben riuscito, di farmi rosicare un po’, visto che molto probabilmente tra gli invitati ci sarebbe stata una star del rock che in passato ha collaborato con il mio idolo di sempre Paul Mc Carteney; per puro caso ero quindi a conoscenza dei suoi spostamenti previsti per quel sabato sera Londinese, 3 giugno 2017.

Per fortuna quella sera mia sorella ha preso la metro.

Essere medico anestesista-rianimatore ed avere una sorella che vive da molto tempo e per molto tempo lontano da te, produce una sorta di risposta “vaccinale” per cui si diventa immuni, insomma di scorza dura per le cazzate, che ne so, un’ influenza, un mal di denti, un’eruzione cutanea; in altre parole si tende  minimizzare il minimizzabile; viceversa, alla prima avvisaglia di un possibile attentato, di una catastrofica calamità naturale, incidente o incendio, la tua mente comincia a girare a vuoto e tutti i tuoi pensieri si concentrano solo su una cosa: dove’e’ mia sorella adesso? Ed è al sicuro?

Inevitabile dire che in queste circostanze le bande più o meno larghe dei telefonini si intasano e risulta difficilissimo, se non impossibile, avere contatti con la persona lontana in potenziale pericolo. La paura, quella sensazione che rende la tua bocca asciutta e amara e “indigesta” ti pervade e non ti molla più fino a che non riesci a ristabilire quel contatto.

Quella sera a Londra un furgone bianco si lanciava addosso a pedoni  sul London Bridge, scendevano tre uomini armati di coltello che infierivano colpi a più non posso, senza alcun senso, ferendo a morte sei persone la cui unica colpa era di essere al momento sbagliato nel posto sbagliato; i tre assalitori poi riprendevano la loro marcia folle in direzione sud verso Borough Market: volevano schiantarsi contro altre persone raccolte davanti ad un pub; venivano da lì a poco uccise da colpi di proiettile di poliziotti. L’Inghilterra era di nuovo rimbalzata all’apice della cronaca, dopo Manchester e gli attentati di Westminster di marzo.

Intorno all’una di notte italiane riesco a parlare con mia sorella, attraverso una chiamata via WhatsApp…

-Chiara?-

-Siii?? Mattione?- (sento un gran casino, musica, un vociare di gente divertita e  quell’appellativo storpiato del mio nome “Mattione” di Chiara, mia sorella, arriva come la notizia piu’ bella che si possa dare ad una persona, come quella che si sente al ritiro di un referto medico:

“Tutto bene, l’esame istologico è negativo per tumore…”

Tana libera tutti, liberi dal male, da quelle tenebre che son scese ormai in tutta Europa, Londra come Parigi, Nizza come Berlino, Monaco come Manchester.

“sono Chiara e sto bene”, “sono Rossella vivo a Bruxelles e sto bene”, “sono Francesca vivo a Parigi e sto bene”… mai funzione di facebook fu più azzeccata e frutto dei tempi che stiamo vivendo…

Nessuno  può capire meglio di chi  ha un parente che vive all’estero di ciò che si prova quando sai che è al sicuro in zone ritenute in “stato di allerta”, ormai dichiaratamente in guerra, in preda al terrore…

Londra come Parigi nel 2015, l’anno maledetto della capitale francese, dove una serie di atti terroristici  l’hanno scossa da gennaio a novembre, dal “je suis Charlie”, alla strage del Bataclan, allo stadio di Francia, ai ristoranti in zona Republique…

Una Parigi trasformata ed irriconoscibile, cupa, a tratti desertica e bigia, quella che si può ritrovare nel libro di Giovanna Pancheri “il buio su Parigi, oltre la cronaca nei giorni del terrore” (2017, Rubbettino Edizioni);

La tour Eiffel “spenta e spettrale” immagine azzeccatissima dell’autrice, rappresentata anche nella pagina di copertina che, se non fosse per la genuinità dei fatti di cronaca di cui è testimonianza, potrebbe essere considerata una trama seducente di un noir dei nostri tempi…ma purtroppo è tutto vero, ed è una verità che fa male e arriva al cuore, che ti fa stare col nodo in gola dalla prima all’ultima pagina, perché sono le storie di noi, laureandi, neolaureati, stagisti per un pugno di euro, baristi, commessi o viaggiatori; E’ l’Europa del progetto Erasmus quella di Giovanna Pancheri, quella che la accoglie a Bruxelles agli esordi e che poi lei stessa stenta a riconoscere la sera del blitz a Molenbeek; è l’Europa di noi medici specializzandi  mandati  sei mesi a Parigi al policlinico della Pitie Salpetriere o a Bruxelles per finire anestesia, la famosa materia grigia in fuga dall’ Italia.

Forse è proprio questo il segreto, la ricetta che rende questo libro magico: la narratrice si sente parte della storia, direttamente coinvolta, si spoglia dalle vesti di reporter, sembra quasi che prenda per mano i testimoni, per consolarli, per condividere il dolore: Giovanna è una di loro…

Nella narrazione l’autrice raccoglie le testimonianze dei parenti di Valeria Solesin, l’italiana  vittima dell’attentato al Bataclan; c’è anche l’intervista fatta qualche anno prima  al giornalista Stephane Carbonnier,  capo redattore di Charlie Hebdo, e altre storie, osservazioni, testimonianze. Tutte le vicende vengono raccontate con garbo e delicatezza, ma non per questo senza l’emozione di Giovanna  e un costante e rigoroso rispetto per il lutto.

Le storie, di chi ce l’ha fatta, di chi ha portato a casa la propria pelle, vengono narrate con la delicatezza di chi non cerca sensazionalismo, ma, al contrario, procede rispettando il dolore, conservando il giusto equilibrio tra dovere di cronica e umanità. Il racconto di Giovanna Pancheri che ne viene fuori è veramente un qualcosa  che va al di là della cronaca giornalistica.

Coinvolgente ed avvolgente la storia di Hugo (nome di fantasia), un ragazzo che confesserà a Giovanna di essere stato testimone e vittima dell’eccidio avvenuto nei ristoranti nei pressi di  Place De la Republique, fortunatamente a lieto fine…

 

L’autrice utilizza il materiale come una sorta di seduta psichiatrica nel tentativo di esorcizzare, buttare fuori tutto il vissuto in prima prima persona di quei giorni di terrore: dimenticatevi la Giovanna Pancheri cronista dei palazzi di vetro di Bruxelles, dallo sguardo sicuro e imperscrutabile, neutrale nel dare la notizia della manovra correttiva di bilancio quanto nel descrivere la giungla di immigrati di Calais;

in queste memorie di annus horribilis, la giornalista non è più la compagna di classe di liceo che consegna per prima la versione di latino ma si cala nei panni della vittima; o meglio, Giovanna nella narrazione “vive” il pericolo, sa di esserlo, ha paura, ha sonno, ha fame, vuole scappare, lavarsi i capelli, fuggire e ritrovarsi al sicuro a Roma in mezzo ai suoi cari;

si possono percepire tutte le emozioni, vissute in tempo reale, le ansie dettate dal “bello e brutto” della diretta, le pulsioni, le preghiere allo zio Gianni, o meglio, l’ impudente desiderio di essere dentro la notizia, dentro la scena, dentro l’azione, e non solo passiva narratrice. La reporter spiega quella sensazione di brivido lungo la schiena che dà l’appagamento di essere dentro i fatti, che ti anestetizza, facendoti distrarre dal senso del pericolo imminente.

C’e’ spazio anche per il senso di colpa che non abbandona mai noi figli consapevoli di tutto l’amore, stima e apprensione che provano per noi i nostri orgogliosi genitori; e noi figli, un po’ stronzetti e lontani. Ma tutto è bello così: le famiglie dove anche io sono cresciuto sono quelle in cui tu sai di poter sempre contare ma che non ti tarpano le ali, mai, neanche quando tu gli dici che vuoi scendere direttamente all’inferno con Virgilio.

PS quante volte ho assistito a facce e visi contratti di mia madre quando mia sorella era costretta a riprendere  il primo volo per Londra, per un ingaggio all’ultimo secondo di una campagna pubblicitaria, un’intervista alla star del momento, anche se mai, fortunatamente per dover lavorare in zone di pericolo; il giornalismo a volte ti allontana dagli affetti, e io posso esserne testimone da familiare di una giornalista freelance…  

Giovanna nel suo libro si sente essa stessa vittima del terrore, tradita dalla paura, tradita da quell’Europa Unita che non riconosce più’ la libera circolazione di uomini e idee, abdicando su Shengen,  vittima essa stessa del nazionalismo e di tutti quegli “ismi” che derivano dal terrore e la paura dell’altro…

 

 

 

 

 

 

Mare prepotente

È l’eco di mille conchiglie

che  sussurravano, da bambini,

 è l’ urlo, maestoso, dirompente che porta via tutto,

è la preghiera che increspa il blu,

 di una donna che ha in grembo la sua eredità,

è il rimbalzo a ritmo di Walzer di onde crescenti,

è il rumore amico della barca sull’arenile di naufraghi approdati,

è l’illusione della salvezza, è il rollio del sale, 

il disincanto di un cavallone prepotente.

Mille spilli al cuore

Faccio il dottore in un grande  ospedale. Grande ospedale vuol dire tanta gente.

Questo significa che ci sono tante persone da curare, sofferenti, non solo afflitti da malesseri fisici ma anche da un dolore più profondo, subdolo ed etereo, che è il male al cuore.  Cuore non inteso come muscolo cardiaco che pompa sangue nelle arterie, ma come contenitore di esperienze, di amore per la vita, alla paura che qualcosa te la porti via, alle emozioni di angoscia, incertezza per il futuro, alle cose che fanno male da dentro ma non possono essere contrastate da analgesici.

E’ il dolore dell’anima, quello più straziante e ostile da combattere ed è  quello che accompagna i pazienti: non importa se guariranno o non ce la faranno, quella sensazione di male al cuore gliela leggi negli occhi, dalle prime visite, agli istanti che precedono il sonno profondo dell’anestesia totale in sala operatoria, ai secondi ansimanti che precedono la lettura di un referto.

Quegli occhi sono la porta in cui se scorgi dentro, se non hai paura di farti contagiare, puoi entrare e sperimentare te in prima persona quel male al cuore che non passa mai.

Puoi fare finta di nulla, puoi dire che a te a certe storie sei abituato, che è un lavoro come un altro, ma in realtà prendi in giro solo te stesso. Tu dentro quel mare di sofferenza, increspato, che puoi vedere come potresti scrutare onde in tempesta dall’oblò di una nave, ti ci sei infilato tutto, vestito, quasi ti sembra di annegare, a volte.

A volte non basterebbe urlare a squarciagola Helter Skelter per tirare fuori tutto quel dolore, né scalare il Vettore, né farti trecento vasche in un’ora, né finirti il miglior vino rosso che tu possa recuperare.

Qualche volta tutte quelle storie, quelle  vite di figli, mogli, madri e amici sembrano unirsi tutti ed evaporare in una nube di dolore.

E tu, continui ad appoggiare la tua sonda ecografica in quelle pance, osservi attentamente le scansioni di quella TAC, o ti appresti ad intubare quel vecchio signore che senza tubo proprio non ce la farebbe a tirare fiato; ma quando fai tutto questo, pensi a Luca che a settembre non si può più sposare perché deve cominciare la chemio, a Viola che non potrà andare a scuola con le altre bambine perché dovrà cominciare un lungo percorso di riabilitazione motoria, ad Enrico che non aprirà il suo bar perché gli hai appena messo un tubo dentro il torace per permettergli di espandere un polmone collassato.

Adesso, al tramonto, alla fine di questa lunga giornata, credi di aver fatto tutto il possibile e tutto il meglio, loro continuano ad essere dentro la pancia del sottomarino; e te credi di poter riemergere e sfuggire, ma ormai  le loro storie sono con te, i loro cuori sono il tuo cuore; le loro pene, le loro speranze, le loro attese, a volte le loro pretese, la loro rabbia e il loro dolore, è qui con te, come mille spilli al cuore

PS: i nomi citati sono di pura fantasia

galateo e bon ton

Quanti di voi seguono in modo pedissequo le regole del “bon ton”, o galateo che dir si voglia?

Quanti si pongono il problema di cosa portare a cena quando sì è invitati, se una preziosa bottiglia di Amarone del 2007 o una pianta dalle dimensioni imbarazzanti, che costringe solitamente la padrona di casa a rovistare la gelida terrazza in cerca di un sottovaso delle dimensioni di un disco volante?

E’ ancora così importante  fare una “bella figura” anche quando siamo invitati da amicizie fraterne, con cui abbiamo condiviso  adolescenza o vita lavorativa?

Certo è che nel nostro Bel Paese,  l’estetica e il bell’apparire dominano sulla sostanza…

“Non parlare di figli o di figli a venire, se tra gli invitati c’è una coppia senza, non parlare di stipendi, gioco in borsa, se c’è qualcuno che ha appena perso il lavoro”

“Non esagerare nell’incensare le qualità estetiche e intellettive del proprio figlio, moglie, animale domestico”

“Non portare il fantomatico pensierino al bimbo di Tizio, se non hai nulla da regalare al figlio di Caio”

“Non dire che D’Alema o Speranza sono dei bimbi minchia se hanno spaccato l’unico partito d’Italia che poteva contrastare il populismo dilagante, perché sta brutto parlare di politica”

Ma insomma, nell’amicizia, dov’è che finisce il Bon Ton e iniziano invece le conversazioni schiette, gli sfoghi  dove puoi veramente svuotare il sacco ed essere te stesso, dire “Questa mi sta sul cazzo” oppure ” il mio direttore è proprio uno stronzo” o “Questa Gricia mi fa proprio schifo”?

Sicuramente non nelle cene di fine anno aziendali, né in quelle dei genitori di fine asilo, e così via….

Blackbird Singing

Little Rock, Arkansas, Stati Uniti d’America, 1957.

Due studentesse adolescenti, Thelma Mothershed Wair e Elizabeth Eckford, ispiravano il giovane Paul Mc Cartney nella scrittura della canzone “Blackbird”, pubblicata nel 1968 nel mitico Album Bianco dei Beatles.

Paul le ha incontrate recentemente nel backstage del suo concerto a Little Rock Stadium;  sessant’anni fa proprio in questa città dell’Arkansas venivano alla luce i primi movimenti studenteschi di protesta nei confronti della segregazione sociale tra bianchi e neri; Martin Luther King sarebbe arrivato anni dopo e le allora giovani americane, dopo aver sperimentato sulla loro pelle gli effetti della discriminazione, posano per una foto con il Beatle che per primo parlava di loro attraverso la poetica di questo stupendo brano, dove il canto del merlo all’alba, diventa un inno alla speranza di libertà e cambiamento…non a caso, il versetto più potente dice

“Blackbird singing in the dead of the night,

take these broken wings and learn to fly,

all your life,

you were only waiting for this moment to arise”

Mc Cartney, emozionato, proprio al Little Rock Stadium, presentava il brano dicendo:

“Tornando agli anni ’60, c’erano molti problemi legati ai diritti civili, particolarmente qui a Little Rock. In Inghilterra ce ne rendemmo conto  quando ci giunsero le notizie di qui, per cui per me questa cittadina ha un valore  simbolico molto importante, perché qui sono nati i movimenti per l’eguaglianza nei diritti civili. Così ho cominciato a scrivere questo tipo di canzoni, per essere più vicino a queste persone che lottano per i loro diritti; e se questo oggi può esser ancora un pochino d’aiuto, continuerò a farlo”.

Non avrei mai voluto pensare che, oggi come allora, Blackbird riuscisse ancora ad essere così attuale e potente nel suscitare in me tante emozioni…

Una chitarra acustica ben pizzicata in stile folk, una melodia ascendente e leggera come il canto di un merlo, un battito di piede a metronomo che accompagna, riga per riga, un testo di speranza e di libertà. Una canzone da illuministi, o meglio ottimisti, come la migliore tradizione di Meccartiana memoria.

E anche quest’anno sono previste date del Mc Cartney Tour in America, di fronte a migliaia di persone, di differenti religioni, razze e origini…

Il canto del merlo che cancella la notte e inneggia ad una nuova rinascita, riecheggerà nell’animo di tutto il pubblico e chissà se volerà fino alla Casa Bianca…

Una vacanza da idillio, la montagna e i francesi

Nei miei momenti di vita quotidiana più duri, quando la fatica della giornata e del lavoro si fanno sentire, la mente e i desideri si perdono alla ricerca di un rifugio per lo spirito e per il corpo, solitamente bucolico, campestre.

A volte mi basta vedere la gioia negli occhi di Leyla, un giovane  cane, nello scorrazzare avanti e indietro con un bastone fradicio tra i denti nei maggesi che circondano casa. Mi piace la vita bucolica, mi piacciono gli animali, le fattorie, la natura.

Anche su questo mi avrà influenzato l’amore incondizionato che avevano i miei idoli Paul and Linda Mc Cartney per la natura, cosa che li spinse nel 1970, anno che coincise con la separazione dei Beatles, a rintanarsi in una fattoria delle Highlands Scozzesi, persi nel nulla? Chissà….

Altre volte è il tramonto acceso del Lago Trasimeno, i campi di grano e girasole che si distendono tra Pila e Capanne a svoltarmi la giornata, a farmi tornare il buonumore.

 Basta poco per far pace col cuore, con se stessi, con i colleghi, con le asprezze del mondo.

Invece quando sono più fortunato, prenoto soggiorni della durata di un week-end o poco più, per me, Marica e Leyla, in località di montagna dove possa trascorrere momenti di contemplazione, in un contesto sicuro, di quiete, lontano dalle ansie cittadine e dai desideri smodati.

I latini lo chiamavano “idillio”, che letteralmente significherebbe “poema, o un  breve componimento poetico” di argomento bucolico  che ha attinenza con la rappresentazione idealizzata della vita campestre, o la vita in mezzo alla natura.

E i resort quattro stelle di montagna possono veramente offrire, a chi li vive, un idillio, un’esperienza indimenticabile, dove abbiamo modo di riflettere su noi stessi, sulle nostre vite, famiglie, in un clima di serenità ineguagliabile.

In montagna non hai bisogno di TV, di Twitter o di Playstation: la tua giornata inizia poco dopo l’alba, il silenzio ti circonda come  ti avvolge il candore rassicurante della neve che puoi osservare dalle vetrate della hall del tuo albergo, il camino è acceso, l’ambiente è familiare ed accogliente e dopo un’abbondante colazione hai la forza e l’energia per toccare il cielo con un dito. Tu in quei giorni credi di sfiorare l’imperativo assoluto di Kant, il sublime che offre la sola visione imponente della montagna, il silenzio, la natura.

Dove potresti trovare un posto più idilliaco, ameno, accogliente?

Da poco mi è capitato di vedere al cinema “Captain Fantastic”, dove un Viggo Mortensen ragazzo padre di sette figli sceglieva la vita campestre per se e per tutta la famiglia, insegnava loro a cacciare, scalare le montagne, studiare matematica e filosofia, lontano da una società che va troppo di fretta, che non sa ascoltare, apprendere e sopravvivere, se non attraverso google.

Captain Fantastic insegna ai propri figli che  bosco e  montagna offrono pericoli di ogni sorta, non solo provenienti dalla natura, come alluvioni , frane e attacchi di orsi bruni ma anche dall’ essere umano, come predoni, banditi, pochi di buono.

Vivere dunque  un contesto idilliaco, di pace interiore, di quiete, che pochi altri paesaggi offrono oltre la montagna, non sempre equivale a vivere in un contesto sicuro per se, e per i nostri affetti.

Del resto, la storia ce lo insegna che la montagna offre tanti pericoli.

“la montagna è cosa seria” dice Giovanni Punzo  in un recente blog del giornalista Ennio Remondino (vedi blog http://www.remocontro.it); Giovanni Punzo di mestiere fa l’editor ma nel tempo libero scrive racconti e storie militari, essendo stato ufficiale alpino; dunque sa ciò di cui parla.

Continua dicendo che sin dal primo medioevo, come narra il Manzoni nell’Adelchi, il diacono Martino raccontava a Carlo Magno che

“i monti son erti,

nudi, tremendi, inabitati, se non da spirti, ed uom mortal giammai li varcò”

La fantasia e l’ignoto si confondevano con la realtà, racconti di eretici, streghe e mostruosità di ogni genere popolavano le montagne. Storie di pastori mai tornati a casa, durante la transumanza o una normale giornata di lavoro. La paura era probabilmente dettata dalla vastità dei territori, dalla loro impervia, dalle difficoltà delle distanze per i trasporti, dalle condizioni meteo, ma sopratutto, dal pericolo delle valanghe che in ogni momento, potevano cogliere impreparati i camminatori lungo l’itinerario.

La prima cosa che salta agli occhi leggendo le parole dell’alpino Giovanni Punzo è che le valanghe, nella stragrande maggioranza dei casi, si verificano sempre negli stessi luoghi in condizioni stagionali simili per temperatura o quantità di neve. Nel testo non c’è riferimento all’eventualità di un terremoto di tal intensità nelle immediate vicinanze, a dirla tutta.

E’un destino beffardo scoprire proprio che le tragedie provocate da valanghe più recenti siano avvenute in Francia, ed in particolare in Val d’Isere: nel 1970 trentanove giovani trovarono la morte all’interno della sala da pranzo di un albergo, sorpresi, mentre pranzavano.

Poche settimane dopo, sempre in Savoia, Francia, su una casa di cura si abbattè una frana di fango e rocce, sempre provocata dal distacco di gelo e neve dalla montagna: le vittime stavolta furono ben maggiori ovvero settantuno.

L’uomo da sempre ha voluto sfidare se stesso, ha voluto superare i propri limiti: costruiamo ponti, gallerie, varchi e anche la montagna la maggior parte delle volte non ci fa più paura, ma anzi rappresenta una meta turistica apprezzata per chi è alla ricerca dell’idillio, del paesaggio bucolico, della pace e della quiete, dello sport, scii, alpinismo, ecc.

Io sono uno di quelli che ricerca quell’Idillio, che adora i Resort, che considera la neve un’amica, un retaggio dell’infanzia, un manto bianco che tutto ricopre, anche le cose brutte del mondo.

Potevo essere uno di loro, potevo essere già morto adesso, che scrivo queste righe, sabato 21 gennaio, mentre eroi chiamati soccorso alpino, vigili del fuoco e protezione civile, stanno tentando con tutte le forze, rischiando per primi, di estrarre i superstiti.

Dieci fino ad oggi, e cinque morti sicuri, accertati e quindici  dispersi.

Una tragedia struggente che dà dolore fin in fondo all’anima, che ci tiene col fiato sospeso al lavoro, a casa, davanti a TIGGI’, sui social, indipendentemente dalle nostre professioni, dal fatto che abbiamo figli, cani o gatti. E’ la compassione, l’umanità , il senso di unità che ci chiama a riflettere,  a soffrire con loro, è la vita contro la morte, l’uomo contro le calamità, contro la natura. Ci vuole solidarietà, ci vuole unità di intenti, senza polemiche, senza chiedersi ora se quell’albergo doveva essere lì o meno…

“Conta i fiori del tuo giardino, mai le foglie che cadono”, aforisma giusto e calzante di Romano Battaglia,  così citato da un retweet  apparso nei temi #Rigopiano dalla giornalista Helga Cossu.

Poi, da domani piangeremo i morti, i nostri morti, e ci fermeremo a riflettere.

Chi sa di montagna, di ingegneria civile, di prevenzione delle catastrofi, di medicina delle catastrofi, tirerà lo somme, metterà in atto strategie di prevenzione,  si faranno audit, si cercheranno gli eventuali concorsi di colpa, qualora ci siano.

Ma oggi, lasciatemi festeggiare i bambini salvi, avvolti da coperte, al sicuro, con la preghiera che il miracolo possa avverarsi anche per i loro genitori, uno per uno.

Charlie Hebdo?

Ebbene si, anche io sono stato Charlie, perchè credo nella libertà di stampa, in un mondo libero, ma sopratutto perché ho compassione per un gruppo di giornalisti e vignettisti inermi di fronte a dei colpi di kalashnikov sparati addosso.

Ma in questo caso, la loro satira, non merita la mia attenzione, non mi indigna, non mi fa arrabbiare, perché il mio cuore è da un’altra parte, è ancora sotto quei tre metri di neve

all’Hotel Rigopiano Resort, un idillio, per grandi e piccini…

Viva il Gelicidio

Di Venere o di Marte non dare inizio all’arte, si direbbe.

Eppure mi ritrovo a scrivere le prime righe del mio personalissimo blog in questo gelido Venerdì 13 gennaio 2017; quindi non solo sfido l’infida ira dei pianeti, ma anche l’inevitabile cabala scaramantica del mio sangue per un quarto partenopeo.

Che gennaio sia un mese dal clima ostile, rigido, che costringe bimbi e anziani a coprirsi, vaccinarsi, è cosa risaputa, quasi quanto   l’imperativo di evitare di uscire nelle ore più calde durante l’afa africana di luglio , bere molti succhi di frutta ed evitare alcolici e cose del genere.

A questi fastidiosi consigli stagionali mi ero ormai rassegnato nei mesi estivi; del resto, le redazioni dei telegiornali e dei quotidiani si svuotano per ferie come le aule dei tribunali, le camere del parlamento; la canicola rallenta i pensieri e viene naturale accettare, obtorto collo, certi tipi di raccomandazioni mediatiche, fondamentalmente dettate dalla noia.

Ma se da una parte riesco ad mandare giù il boccone amaro del caldo africano, il gelicidio, si proprio il gelicidio è troppo…

Questo termine, consentitemi di usi poco comune, non è un neologismo, ma deriva dal latino tardo “glicidiu(m)”,  “brinata”, comparativo di “gelum” e “cidium”, dal verbo “cadere”(cadere), letteralmente “gelo che cade”.

Gelicidio irrompe nella mio lessico oggi, all’ora di pranzo, di spalle alla TV accesa con Sky Tg 24 di sottofondo, quando un metereologo, tronfio d’orgoglio per le parole che stava per pronunciare, tira fuori questa perla d’Accademia della Crusca.

Ed io, incredulo, non posso non provare un sussulto di gelo,  per gelicidio, singolare, maschile, cacofonico, che tutto di un tratto mi attraversa come un brivido lungo la schiena, come se all’improvviso il freddo siberiano avesse rubato la scena ai titoli di testa, alle pagine di cronaca fatte di omicidi, femminicidi e ai tentativi di infanticidio.

E’ come se tutto il freddo di questo inverno avesse preso forma in un mostro fatto di ghiaccio, enorme, che ti minaccia per la violenza del suono della parola e per le sue intenzioni, portando morte tra i senza tetto, disagi tra i terremotati, incidenti nelle strade, grida esasperate tra automobilisti e camionisti incidentati.

Passano pochi minuti, non faccio in tempo a cambiare canale e mi rendo conto che gelicidio è divenuto top trend in Italia sui principali social media, twitter in testa.

O mio Dio, ma la sua forza e irruenza e’ inarrestabile, dirompente, ci vorrebbe una nave spaccaghiaccio, il gelicidio è tra noi, piace alla stampa, piace ai meteorologi, piace al popolo dei social, quasi più del genocidio.

Forse nell’era del tutto, subito e velocemente, bisognava riscoprire un sostantivo maschile singolare di cui avremmo fatto volentieri a meno, se ci fossimo fermati alla ricerca dell’eufonico, del bel parlare e non al pratico, crudo e, lasciatemi il termine, orrendo termine.

Ma se le  pagine di giornali  traboccano di genitori morti ammazzati, popoli esodati e  donne sfregiate, allora

se è così,

viva il gelicidio